Per impianti a biomassa si intendono tutti i generatori di calore che bruciano combustibili solidi di origine vegetale, come legna e pellet.
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Per impianti a biomassa si intendono tutti i generatori di calore che bruciano combustibili solidi di origine vegetale, come legna e pellet.

Stufa EIKO365 di MCZ (photo credit BluWom Milano)
La stufa che hai comprato dieci anni fa scalda bene e ha poche spese di gestione. Eppure, in certe mattine d’inverno, potresti non avere il diritto di accenderla.
Dipende da tre variabili:
• la classe ambientale dell’apparecchio
• il Comune in cui si trova
• il livello di PM10 (polveri sottili) registrato quel giorno.
In questa guida le mettiamo in fila, con le date e le soglie che valgono per la stagione di riscaldamento 2026/2027.
Per impianti a biomassa si intendono tutti i generatori di calore che bruciano combustibili solidi di origine vegetale: legna da ardere, pellet, cippato, bricchette e carbone di legna.
La categoria comprende camini aperti e chiusi, inserti, stufe a legna e a pellet, stufe ad accumulo, cucine economiche, termostufe, termocamini e caldaie. Non conta se l’apparecchio scalda un solo ambiente o l’intera casa attraverso i termosifoni: conta che bruci biomassa solida.
Il punto che spesso sfugge è che rinnovabile e poco inquinante sono due concetti diversi. Il bilancio della CO2 del legno può essere favorevole, ma la combustione domestica rilascia polveri sottili, monossido di carbonio, composti organici e idrocarburi policiclici aromatici esattamente dove le persone vivono.
Il riscaldamento civile a biomassa legnosa viene indicato come responsabile di oltre il 50% delle emissioni di polveri. Ecco perché una fonte considerata verde finisce sotto la lente delle Regioni del Bacino Padano, dove in autunno e in inverno l’aria ristagna.
All’interno della famiglia di prodotti, le differenze sono enormi. Il camino aperto è il caso peggiore: brucia con un eccesso d’aria e manda su per la canna fumaria gran parte del calore prodotto. Una stufa a pellet moderna controlla la combustione con una centralina e rilascia una frazione delle polveri.
Quasi altrettanto importante è il modo in cui la usi: legna non stagionata, pezzature sbagliate o aria strozzata per far durare il fuoco tutta la notte peggiorano le emissioni di qualunque apparecchio, anche del migliore.
Il sistema delle stelle nasce con il Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 186 del 7 novembre 2017, in vigore dal 2 gennaio 2018.
Le classi vanno da 1 a 5 stelle e dipendono da due famiglie di parametri: le emissioni (polveri, ossidi di azoto, monossido di carbonio, composti organici) e il rendimento. Le stelle rappresentano l’esito di una prova di laboratorio condotta sul modello specifico, su richiesta del produttore e da un organismo accreditato. Di conseguenza due stufe che sembrano gemelle possono avere classi diverse, perché la certificazione vale per il modello provato e non per la categoria di apparecchio. I divieti regionali citano spesso anche la zero stelle, in cui rientrano gli apparecchi che non raggiungono nemmeno la prima classe.
Per scoprire la classe della tua stufa, cerca in questi punti:
• la targhetta identificativa, che può trovarsi sul retro, su un fianco o in un vano accessibile dell’apparecchio
• il libretto d’impianto e il certificato ambientale che il produttore mette a disposizione per il modello
• la dichiarazione di conformità e la fattura dell’installatore, che dovrebbero riportare modello e classe.
Se l’apparecchio è vecchio e non hai nulla, una stufa senza certificato non va considerata per forza a zero stelle, ma non puoi nemmeno dare per scontato il contrario. Scrivi al produttore indicando modello e numero di matricola e chiedi la certificazione ambientale. Se l’azienda non esiste più, chiedi a un installatore o a un tecnico abilitato come si documenta un apparecchio privo di certificato nella tua Regione, perché le modalità non sono identiche ovunque.
A giugno 2026 è stato presentato uno schema di regolamento che aggiorna il DM 186/2017, non ancora in vigore. Ritocca i valori della classe 5 stelle e introduce la classe 6 stelle per caldaie e stufe (non per i caminetti aperti) e la classe 7 stelle per le sole caldaie.
Non esiste un divieto nazionale di accendere stufe e camini. Le regole le scrivono le Regioni e i Comuni possono irrigidirle con ordinanze.
Per capire se ti riguardano devi distinguere tre livelli che si sovrappongono:
• i requisiti per installare un apparecchio nuovo
• il divieto permanente di usare i modelli più vecchi
• i blocchi temporanei che scattano quando il PM10 supera i limiti.
Un apparecchio può essere perfettamente legale a inizio ottobre e inutilizzabile a metà gennaio.
Ecco il quadro per la stagione 2026/2027 nelle aree più regolamentate:
Lombardia: vietato usare gli apparecchi a 0, 1 e 2 stelle; le nuove installazioni richiedono almeno 4 stelle; quando si attivano le misure temporanee, lo stop può estendersi ai generatori che non raggiungono le 5 stelle.
Piemonte: vietato l’utilizzo sotto le 3 stelle e l’installazione sotto le 4 stelle, con obbligo di iscrizione al catasto regionale; con il semaforo arancione il blocco temporaneo sale agli apparecchi sotto le 5 stelle.
Veneto: fuori dalla zona Prealpi e Alpi è vietato bruciare biomassa in apparecchi sotto le 3 stelle, con limitazioni valide fino al 30 aprile; le nuove installazioni partono da 4 stelle e alcuni Comuni, come Vicenza e Venezia, portano la soglia a 4 stelle quando in casa c’è un altro impianto di riscaldamento.
Emilia Romagna: dal 1° ottobre al 31 marzo, nei comuni di Pianura Ovest, Pianura Est e Agglomerato di Bologna, sono vietati gli apparecchi fino a 3 stelle comprese se hai un riscaldamento alternativo; con le misure emergenziali possono essere coinvolti anche i 4 stelle.
Toscana: le nuove installazioni richiedono almeno 4 stelle fuori dalle aree con divieti specifici, c’è l’obbligo di registrazione catastale anche per i camini aperti e la piana lucchese ha limitazioni proprie.
La clausola che decide quasi tutto è quella del riscaldamento alternativo. In Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna molti divieti di utilizzo scattano soltanto se nell’abitazione esiste un altro impianto, quindi chiedi al tuo Comune che cosa venga considerato tale prima di dare per scontato che il divieto ti riguardi o ti risparmi. In Lombardia, invece, la vecchia deroga generale per chi usava la biomassa come unica fonte di calore è scaduta il 15 ottobre 2024 e non va più data per valida.
Fuori dal Nord le regole sono scritte nei piani regionali di qualità dell’aria e nelle ordinanze comunali. Campania, Lazio, Puglia e Toscana rientrano, accanto alle Regioni padane, tra le zone interessate dalla procedura europea d’infrazione per il superamento dei limiti di PM10, ed è la ragione per cui le restrizioni tendono ad allargarsi.
L’importo delle sanzioni dipende dalla Regione. In Lombardia la violazione delle disposizioni regionali sulle tipologie di impianto e sui combustibili comporta una sanzione amministrativa da 500 a 5.000 euro, in base all’articolo 27, comma 4, della L.R. 24/2006. In Toscana si può arrivare a 3.000 euro.
Se invece a contestarti l’accensione in una giornata di blocco è un’ordinanza comunale, la sanzione di riferimento è in genere quella prevista dal Testo unico degli enti locali per la violazione delle ordinanze, da 25 a 500 euro (articolo 7 bis del D.Lgs. 267/2000), salvo diversa previsione.
La sanzione più costosa, però, spesso non è la multa ma il caso dell’apparecchio che risulta fuori classe e in più senza manutenzione registrata: la mancata manutenzione ha una sanzione base di qualche centinaio di euro, che cresce quando l’impianto si rivela anche non conforme per classe ambientale.
Il modo migliore per difenderti è arrivare a un eventuale controllo con questi documenti già raccolti in una cartellina:
• il certificato o la targhetta che riporta la classe ambientale dell’apparecchio
• la dichiarazione di conformità dell’installatore, che dovrebbe indicare modello e classe
• i rapporti di controllo e manutenzione, registrati nel catasto regionale dove previsto
• le fatture o le schede del pellet certificato A1, se l’apparecchio è sotto i 35 kW e vivi in Lombardia.
Se stai ordinando un apparecchio nuovo, pretendi che la classe compaia sul preventivo e sulla dichiarazione di conformità: è l’unico documento che ti permette di dimostrare di aver installato una stufa in regola con le norme del momento.
La conseguenza logica di tutto questo è che la vita legale di una stufa è più breve della sua vita tecnica. Un apparecchio può funzionare per vent’anni, ma le soglie vengono alzate a ogni aggiornamento dei piani aria e ogni volta può essere spostato dalla zona dei modelli consentiti a quella dei tollerati, poi a quella dei vietati.
Da qui discende che la domanda giusta, prima di tenere, riparare o sostituire un apparecchio, non è sono in regola oggi? ma quanti giorni all’anno potrò accenderlo nel mio Comune tra cinque anni?.
Per chi possiede una 3 stelle, il costo reale non è la multa, che si evita semplicemente non accendendo, ma il numero di giornate in cui paghi un impianto che non puoi usare proprio quando l’aria ristagna e il freddo è più intenso.
La 5 stelle è finora l’unica classe che non esce mai dall’elenco dei consentiti e quindi l’unica che ti garantisce di poter usare ciò che hai pagato.
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