Da gennaio 2026 sono state aggiornate le modalità di smaltimento di pannelli fotovoltaici: vediamo allora quali novità sono state introdotte.
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Da gennaio 2026 sono state aggiornate le modalità di smaltimento di pannelli fotovoltaici: vediamo allora quali novità sono state introdotte.

Foto di cverkest da Pixabay
Negli ultimi anni il numero di impianti fotovoltaici installati in Italia è notevolmente cresciuto grazie agli incentivi del GSE e ai bonus fiscali. La scelta di utilizzare il sole per produrre energia per la propria casa nasce anche dal desiderio di una maggiore sostenibilità ambientale: si evita infatti il ricorso a combustibili fossili con conseguente riduzione di emissioni inquinanti in atmosfera.
Per proseguire quindi in maniera coerente su questa strada bisogna pensare anche a come smaltire in maniera corretta gli impianti al termine del loro ciclo di vita.
Se hai deciso di adottare questa soluzione per la tua abitazione devi avere ben chiaro questo problema sin dal principio.
Gli studi compiuti sul fotovoltaico ci informano che il ciclo di vita di un pannello può arrivare a 50–100 anni.
Tuttavia, se consideriamo l’entrata in esercizio dell’impianto, da quel momento il ciclo di vita si riduce a 20–25 anni. Infatti, dopo questo arco di tempo la resa dei pannelli diminuisce in maniera progressiva, per cui diventa economicamente più vantaggioso sostituirli con pannelli di nuova generazione.
Trattandosi quindi di una tecnologia ormai diffusa da alcuni decenni, il problema ha incominciato a manifestarsi proprio in questi ultimi anni.
Il problema dello smaltimento può presentarsi però anche prima perchè un impianto può:
• danneggiarsi a seguito di eventi atmosferici violenti come una forte grandinata
• subire un calo di produzione per guasti.
Per valutare l’impatto ambientale di un pannello fotovoltaico bisogna considerare le parti e i materiali di cui è composto.
Un pannello di tipo tradizionale è formato da diversi strati:
• un vetro temperato
• le celle fotovoltaiche in silicio
• una pellicola di polivinilfluoruro (PVF)
• una cornice in metallo anodizzato
• la scatola di giunzione
• i cavi in rame.
Si evince che molte delle materie prime sono riutilizzabili nel ciclo produttivo. Mi riferisco non solo al rame del cablaggio, ma anche al silicio con cui sono costruite la maggior parte delle celle, materiale che non perde la sua proprietà di assorbimento della radiazione solare, per cui può essere riciclato e riutilizzato.
Fanno eccezione le celle in film sottile, dove la percentuale di silicio è davvero molto bassa.
Dal processo di separazione è possibile ricavare anche vetro, alluminio, indio, gallio, selenide, materiali a rischio esaurimento.
Non tutti i materiali sono però riciclabili, anzi alcuni sono dannosi anche per l’uomo e l’ambiente, come il telloruro di cadmio ancora presente in molti pannelli.
Ci sono inoltre materiali, come il vetro, il cui riciclo è meno vantaggioso dal punto di vista economico, a causa degli elevati costi di lavorazione.
Cosa prevede la normativa italiana sullo smaltimento dei pannelli fotovoltaiciI pannelli fotovoltaici a fine vita rientrano nella categoria dei RAEE, i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Il riferimento normativo è il D.Lgs. 49/2014, che recepisce la direttiva europea 2012/19/UE, con l’articolo 40 dedicato specificamente alla gestione dei moduli fotovoltaici a fine vita.
Nel gennaio 2026 la disciplina è stata aggiornata dal D.Lgs. 7 gennaio 2026, n. 2, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 gennaio e in vigore dal 24 gennaio dello stesso anno, che recepisce la direttiva UE 2024/884.
La novità più rilevante riguarda la nozione di RAEE storici: il decreto la ridefinisce escludendo espressamente i pannelli fotovoltaici da questa categoria e stabilisce che i costi di raccolta, trattamento e riciclo restano a carico dei produttori solo per i moduli immessi sul mercato a partire dal 13 agosto 2012. Se il tuo impianto è stato installato prima di quella data, il produttore non è più tenuto a finanziarne lo smaltimento in base alla disciplina retroattiva.
Il principio cardine resta quello della responsabilità estesa del produttore, l’EPR. I produttori e gli importatori che immettono pannelli sul mercato italiano devono iscriversi al Registro Nazionale dei Produttori RAEE e aderire a un sistema collettivo di gestione, oppure organizzarne uno individuale.
In Italia operano diversi consorzi accreditati per il fotovoltaico, tra cui PV CYCLE Italia, Cobat, Ecolight ed Ecoped: si occupano di coordinare raccolta, trasporto e trattamento dei moduli dismessi, ripartendo i costi tra i produttori associati in base alle quote di mercato.
Dal punto di vista pratico, la responsabilità di conferimento cambia in base alla taglia dell’impianto. Se possiedi un impianto domestico sotto i 10 kWp, puoi conferire i pannelli gratuitamente presso un centro di raccolta comunale o un centro RAEE accreditato, individuabile tramite il sito del Centro di Coordinamento RAEE.
Per impianti sopra i 10 kWp, invece, è l’operatore che gestisce l’impianto a doversi rivolgere a soggetti autorizzati per il ritiro e il trattamento.
Se il tuo impianto ha beneficiato di incentivi GSE, dovrai inoltre dimostrare l’adesione a un consorzio di raccolta per ottenere lo svincolo della garanzia finanziaria trattenuta, presentando il certificato di avvenuto recupero rilasciato dal centro autorizzato.
Vista la composizione dei pannelli, uno dei primi procedimenti da attuare è quello di separare materiali che necessitano di processi di bonifica e smaltimento differenti.
In Italia sono da tempo nati diversi consorzi per la raccolta, il trattamento e il riciclo di tutte le componenti dei pannelli fotovoltaici, già prima dell’obbligo normativo in precedenza citato.
In genere tutte le componenti metalliche e il vetro vengono smaltiti in Italia, mentre le celle sono inviate all’estero.
La spesa per lo smaltimento può variare, ma un prezzo medio si aggira intorno ai 250 euro a tonnellata.
Per fare un esempio, lo smaltimento di un impianto domestico da 3 kWp, visto il suo peso di circa 270-280 Kg, costerà intorno ai 70 euro.
Lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici non è più una questione da rimandare a un futuro indefinito: con il D.Lgs. 2/2026 il legislatore ha tracciato una linea netta tra impianti coperti dalla responsabilità estesa del produttore e impianti che ne restano fuori, spostando di fatto l’onere economico su chi ha installato moduli prima del 13 agosto 2012.
Per chi possiede un impianto domestico la procedura resta comunque semplice: individuare un centro di raccolta RAEE accreditato e verificare, in caso di incentivi GSE, che il consorzio di riferimento rilasci il certificato necessario allo svincolo della garanzia.
Il punto centrale è un altro: la maggior parte dei materiali che compongono un pannello (silicio, rame, alluminio, vetro) può rientrare nel ciclo produttivo, e i pochi componenti problematici, come il telloruro di cadmio, vengono gestiti separatamente proprio grazie ai processi di trattamento previsti dalla normativa RAEE.
Chi paga lo smaltimento di un impianto fotovoltaico domestico?
Per i moduli immessi sul mercato dal 13 agosto 2012 in poi, il costo è a carico del produttore tramite il sistema EPR; per quelli precedenti a quella data, non c’è più questo obbligo retroattivo.
Dove si portano i pannelli fotovoltaici da smaltire?
Sotto i 10 kWp, in un centro di raccolta comunale o un centro RAEE accreditato; sopra questa soglia, se ne occupa l’operatore dell’impianto tramite soggetti autorizzati.
Quali materiali si possono recuperare da un pannello fotovoltaico dismesso?
Vetro, alluminio, rame e gran parte del silicio delle celle sono riutilizzabili nel ciclo produttivo; fanno eccezione componenti come il telloruro di cadmio, che richiedono uno smaltimento separato per motivi di sicurezza ambientale.
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